Juliette – capitolo 30

scritto da Nigthafter
Scritto Ieri • Pubblicato 19 ore fa • Revisionato 19 ore fa
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Immagine di Nigthafter
Autore del testo Nigthafter
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Sentiva qualcosa di antico e oscuro risvegliarsi in lui, un desiderio irrefrenabile. Una fame che lo rendeva cieco, un animale, un predatore.
- Nota dell'autore Nigthafter

Testo: Juliette – capitolo 30
di Nigthafter

Juliette – capitolo 30

Alan Caron, dietro il bancone di mescita dell’Amarrage Gaspard, non era nel pieno delle sue forze.
Gli occhi spenti, cerchiati da borse scure e gonfie, e il colorito terreo sul viso scavato gli davano l’aspetto di chi non dormiva da giorni.
– Accidenti a te, Alan. È la terza volta stamattina che mi tiri fuori boccali di schiuma invece che di birra. Ti si sono ingessate le mani, ragazzo? – gli urlò Gaspard, irritato. – Non sei più capace neppure di spillare una pinta decente. La voce aspra del padrone gli provocava fitte dolorose alle tempie.
Erano tre notti che non riusciva a chiudere occhio, con il pensiero fisso a ciò che intendeva fare.
– Credo che la pressione dell'anidride carbonica sia troppo alta, monsieur Gaspard. La linea sta sparando fuori troppa schiuma. – si giustificò il giovane. – Non dire bestialità. Qui di sballato c’è solo la tua testa. Togliti dal bancone e lascia fare a me. Vai in cucina a dare una mano al cuoco, almeno lì fai qualcosa di utile.
Alan ringraziò il cielo: meglio il fumo acido e il vapore soffocante della cucina che le imprecazioni di quel vecchio gufo rincoglionito.
Aveva bisogno di soldi.
Non per vivere meglio, ma per sparire: per lasciare alle spalle Gaspard, quel villaggio di facce magre e senza futuro, e soprattutto i debiti di gioco che gli tormentavano le notti.
René Vasseur era la soluzione, forse l’unica.
Tutti sapevano che l’uomo era danaroso. Si mormorava avesse accumulato i suoi franchi trafficando oppio, o con altre attività clandestine, ai tempi della Legione in Indocina.
Fatto sta che comunque li avesse fatti i soldi li aveva.
Possedeva un motoscafo d’altura sempre pronto all’ormeggio e, dietro la facciata discreta, era il vero proprietario del B&B di Madame Auger. 
Ogni tanto spariva per settimane intere. Nessuno sapeva dove andasse, ma tutti immaginavano: qualche giovane disponibile in una città lontane, oppure salotti raffinati dove il denaro si scioglieva senza lasciare tracce. Dietro l’apparenza di una vita frugale, quasi spartana, René nascondeva una piccola fortuna.
E quella fortuna, ora, poteva risolvere il suo problema.
Il piano era semplice e sporco: ricattarlo. Minacciarlo di rivelare il segreto di Juliette.
Quella era la crepa vera. Non i soldi, non le voci sul passato coloniale.
Era la rispettabilità di ex partigiano, faticosamente costruita negli anni, che René temeva di perdere. E, dietro a quella, l’ombra ben più pesante di un crimine contro l’umanità: ciò che aveva fatto a una prigioniera di guerra.

Il maggiore Laurent Vallin, seduto dietro la scrivania, guardava Marcel con attenzione ma senza fretta.
L’ufficio era spartano come il resto della sede della gendarmeria di Escalles-sur-Dunes.
Le pareti, dipinte di un grigio spento che il tempo aveva ingiallito ai bordi, non ospitavano quasi nulla: una cartina sbiadita della costa, un calendario ufficiale conficcato con una puntina. Nient’altro.
La luce che filtrava dalle finestre alte e strette era quella fredda del mattino di mare, un chiarore latteo che non riscaldava e faceva risaltare ogni imperfezione del pavimento di linoleum usurato.
L’aria portava l’odore secco della carta bollata, del metallo lucidato e di un lieve sentore di fumo vecchio, mescolato al salmastro che filtrava dalle giunture delle finestre.
Sulla scrivania di legno scuro, liscia e quasi vuota, restavano soltanto una lampada a stelo spenta, un posacenere di vetro spesso con il logo sbiadito del Pastis e una cartella chiusa.
Nessun oggetto superfluo, nessuna fotografia, nessun segno di vita privata. Il silenzio era denso, interrotto soltanto dal ticchettio remoto di un orologio a muro nel corridoio e, ogni tanto, dal lontano frangersi delle onde oltre le dune. La sedia di legno duro su cui sedeva Vallin scricchiolava appena quando si spostava, e il suono sembrava più forte del dovuto in quella stanza povera di echi e di calore.
- Mi dica pure. Sono tutto orecchi.
- Anzitutto, maggiore, grazie per avermi ricevuto subito.
Vallin accennò un cenno impercettibile del capo.
- Sicuramente ricorda che ci siamo conosciuti dopo la morte di Adrien Martin. Cercavo notizie su Juliette Lefebvre. Avevo sentito certi commenti… mi interessavano per un libro.
- So che lei scrive, monsieur Dubois. Continui.
- Martin è stato ucciso prima di potermi consegnare il dossier. Il suo assistente, Lucas Moreau, aveva recuperato quel materiale e doveva passarmelo. Era un uomo equilibrato, dicono pieno di vita. La mattina prima del nostro appuntamento si è impiccato. Sono andato a casa sua. La donna di servizio mi ha lasciato entrare. Il dossier non c’era. È sparito.
Marcel prese fiato.
- L’unico che sapeva di entrambi gli appuntamenti è René Vasseur, il tuttofare del B&B dove alloggio.
Vallin non batté ciglio.
- È un’accusa grave. Nell’omicidio di Martin e nel suicidio di Moreau non è emerso nulla che indichi un colpevole.
- Lo so. Parliamo di un uomo che sa cancellare le tracce. Un ex legionario.
Il maggiore lo fissò un istante più a lungo, una luce perplessa negli occhi.
Marcel riprese, più basso: - Ho parlato con un ex partigiano del villaggio. So cosa è successo a Juliette, quarant’anni fa. L’hanno presa René che chiamavano Brume col nome di battaglia, e altri del loro gruppo. L’hanno violentata, picchiate e legata al cadavere carbonizzato del suo uomo. Poi li hanno gettati al largo, legati a una sacca di pietre. Lei era ancora viva. Chi ha provato a parlare di questa storia è sparito. E io credo di essere già nel mirino di Vasseur.
Si abbandonò contro lo schienale, esausto.
Vallin tamburellò piano con le dita della sinistra sulla scrivania. Con la destra trasse un foglio dal portacarte.
- Nomi. Luoghi. Date, anche approssimative.-
- Non mi crede?
- Non è questo il punto. Ha prove? Documenti? Quell'ex partigiano è disposto a firmare una denuncia?
- Non posso dirlo. Anche lui è minacciato.
- Allora abbiamo solo parole. Su un fatto di quarant’anni fa.
- Ho il racconto di chi c’era. E sospetti precisi su chi ha chiuso la bocca agli altri.
Vallin restò in silenzio qualche secondo.
- È una storia pesante. Ma senza un corpo, senza prove materiali, senza un testimone disposto a esporsi… è quasi impossibile. E c’è dell’altro. Per la legge francese un delitto, anche il più efferato, cade in prescrizione dopo dieci anni. Qui ne sono passati quattro volte tanti.
- Quindi non farete niente.
- Posso raccogliere la sua denuncia. È un suo diritto. La registriamo. Ma le dico la verità: senza elementi nuovi e solidi, questa pratica finirà in archivio in poche settimane. Faremo quello che la legge consente con ciò che ci porta. Dopo tanto tempo, queste storie raramente si riaprono solo sulla parola di qualcuno.
Fece una pausa breve, quasi impercettibile.
- E le do un consiglio. Stia attento a chi racconta questa storia. Non tutti hanno interesse a farla tornare a galla. Né a fornirle altre informazioni.
Marcel spinse la porta a vetri della gendarmerie e uscì.
L’aria salmastra della Côte d’Opale gli arrivò in faccia come uno schiaffo.
Era tardo pomeriggio, il cielo basso e grigio, il vento portava odore di marea e di gasolio dai pescherecci ormeggiati a poche centinaia di metri.
Camminò senza meta per qualche momento, poi si fermò sul marciapiede.
Le mani gli tremavano. Dentro aveva raccontato tutto, veva parlato a voce bassa, con la gola stretta. Il maggiore Vallin lo aveva ascoltato in silenzio, poi aveva detto la frase che adesso gli rimbombava in testa: «Quarant’anni, monsieur. Il reato è prescritto.»
Prescritto. Una parola secca, burocratica. Tutto cancellato con un colpo di spugna.
Quella carogna di René l’aveva fatta franca. Nessun tribunale lo avrebbe mai più toccato.
Marcel restò fermo, la schiena leggermente curva. Sentiva il sangue pulsare nelle tempie.
Si sentiva svuotato, inutile. Neppure la legge poteva aiutarlo.
Ma allora perché? Perché René si ostinava ancora a occultare la storia di Juliette, fino a commettere nuovi omicidi perché non venisse a galla?
Poteva un uomo arrivare a tanto solo per non vedere infangato il proprio nome, la leggenda di essere stato un eroico protagonista della Resistenza?
Davvero per questo si poteva giungere a tanto?
Bisognava trovare delle prove, dei fatti concreti, aveva detto Laurent Vallin.
Marcel si accese la pipa. La mano gli tremava leggermente.
Tirò due boccate quasi rabbiose, tossì, e il fumo si dileguò nell’aria fredda di fine pomeriggio.
Se fosse riuscito a trovare il dossier di Juliette tra le cose di René, quello sarebbe stato un fatto reale: la prova inconfutabile che l’avesse sottratto lui, dopo aver ucciso Adrien Martin e Lucas Moreau.
Per quale ragione l’avesse fatto rimaneva oscuro.
Ma capire il movente spettava alla gendarmerie.
A lui bastava dimostrare che René era un assassino e che, per quelle morti, non esisteva alcuna prescrizione.
Avrebbe dovuto approfittare di una delle uscite serali di René per introdursi nella sua camera e setacciarla a fondo.
Non gli restava che attendere il momento giusto.
Alzò lo sguardo verso la strada deserta. Il vento gli mosse i capelli grigi. Strinse i pugni nelle tasche del field jacket e riprese a camminare, più lento di prima.

La lampadina nuda pendeva dal soffitto basso, emettendo una luce fievole e giallastra che non riusciva a scacciare le ombre dagli angoli della stanza.
La camera di Alan Caron era squallida come il resto della casupola: pareti scrostate dove l’umidità aveva disegnato mappe di muffa nera, un armadio storto con lo sportello semiaperto che mostrava pochi vestiti da quattro soldi.
Un letto di ferro scricchiolante su cui era seduto, con le coperte logore ammucchiate ai piedi.
Aveva ventidue anni e sembrava più vecchio.
I capelli scuri, unti e disordinati, gli cadevano sulla fronte; gli occhi, di un azzurro spento, erano iniettati di sangue.
Nella mano destra teneva una bottiglia di genièvre quasi vuota. Beveva direttamente dal collo, a lunghi sorsi che gli bruciavano la gola e gli annebbiavano appena i pensieri.
Il liquore a buon mercato gli scendeva nello stomaco vuoto come un fuoco liquido, e lui lo cercava proprio per quello: per farsi coraggio, per soffocare la voce sottile che gli diceva che stava per fare una cazzata.
René. Quel nome gli girava in testa come un chiodo arrugginito. René era infido, pericoloso, il tipo di uomo capace di sorridere mentre ti spezzava le dita.
E Alan lo sapeva bene. Se ne raccontavano di storie su di lui, di quando era stato un partigiano nell'ultima guerra e poi legionario nelle zone calde delle colonie francesi.
Alan non aveva mai ricattato nessuno in vita sua.
Non era fatto per queste cose. Eppure ecco, sedeva lì, nella casa lasciata dai genitori morti da anni, in quel triste villaggio di pescatori sulla Côte d’Opale dove il vento dal mare portava sempre odore di sale e di marcio, e dove gli interessi dei debiti di gioco al racket crescevano ogni settimana come una malattia.
Doveva andarsene. Doveva pagare. Non c’era altra scelta.
Alzò di nuovo la bottiglia alle labbra. Il genièvre gli colò un filo lungo il mento.
Tremava leggermente, non solo per l’alcol, aveva paura.
Una fottuta paura per ciò che doveva fare.
Fuori, il mare batteva contro i moli con un ritmo monotono e minaccioso, come un cuore malato.
Alan fissò il muro di fronte a sé, dove una macchia di umidità aveva la forma confusa di una mano aperta, e si costrinse a respirare più a fondo.
Stasera. Doveva farlo stasera.

René dormiva di un sonno pesante e agitato.
Era Lille, nella Francia settentrionale, nella pianura delle Fiandre.
O così sembrava; avrebbe potuto essere una qualsiasi grande città.
Lei aveva forse poco più di vent’anni e quella bellezza che non chiede permesso.
I capelli, di un rosso mogano intenso, le cascavano sulle spalle in onde fluenti e smosse, come mossi da un vento continuo. Alcune ciocche le incorniciavano il viso, altre le scendevano lungo il collo con una naturalezza quasi insolente.
Gli occhi erano verdi, trasparenti e freddi, capaci di trattenere lo sguardo più a lungo di quanto fosse comodo.
La pelle chiara e liscia contrastava con la bocca piena, dal disegno netto.
Non c’era nulla di artefatto in lei: solo una presenza viva, magnetica, difficile da ignorare.
Gli ricordava una donna di tanti anni prima, come era successo con le altre.
Per questo l’aveva notata. Quella donna si chiamava Juliette Lefebvre.
Ma questo era il passato.
La ragazza frequentava Lettere all’Université Catholique de Lille.
Lo aveva scoperto origliando le sue conversazioni con le compagne di corso, durante la pausa pranzo, dalla panchina vicino alla sua, nel giardino accanto alla facoltà.
Da quel giorno era tornato ogni volta.
Per oltre un mese l’aveva osservata con metodo.
L’aveva seguita, senza mai farsi notare, quando prendeva i mezzi pubblici per tornare a casa.
Viveva in un piccolo alloggio in periferia, condiviso con altre studentesse.
Era sportiva e curava il fisico. La domenica mattina correva in tuta al Parc de la Citadelle: settanta ettari, il più grande polmone verde della città.
Era eccitato.
Sentiva qualcosa di antico e oscuro risvegliarsi in lui, un desiderio irrefrenabile.
Una fame che lo rendeva cieco, un animale, un predatore.
Il corpo reagiva con una tensione dolorosa, un bisogno urgente di concludere, di alleviare, di liberarsi, di tornare silenzioso.
Poi il sogno mutò.
Si ritrovò in un corridoio lungo, senza fine. Le pareti sudavano un’umidità densa.
A ogni passo le lampade a muro si spegnevano alle sue spalle, lasciando solo un cono di luce fioca davanti a lui.
Sentiva passi. Non i suoi. Qualcuno lo seguiva, sempre alla stessa distanza, senza mai mostrarsi.
Ombre si staccavano dalle porte socchiuse.
Volti. Donne. Occhi spalancati che lo fissavano senza battere ciglio.
Bocche socchiuse che non pronunciavano parole, eppure lui le sentiva comunque: Ti abbiamo riconosciuto. Sappiamo chi sei…
Una macchia scura si allargava sul pavimento, viscosa, e lui non riusciva a evitarla. Gli restava attaccata alle suole. Era sangue.
Ogni volta che si voltava, il corridoio alle sue spalle era più corto, come se lo spazio si stringesse.
Correva. Le porte sbattevano.
Voci sovrapposte, basse, insistenti: Juliette… sanno… sanno tutto…
Una mano gli sfiorò la spalla. Si girò di scatto. Non c’era nessuno.
Solo il corridoio vuoto e, lontanissimo, il suono di una porta che si chiudeva con un clic metallico, definitivo.
E mentre avanzava, la stessa fame di prima non spariva: semplicemente si rovesciava. Ora era lui la preda, eppure qualcosa in lui continuava a desiderare di essere ancora il predatore.

René si svegliò di soprassalto, il cuore che batteva nel petto.
La stanza era buia. Sudava.
Restò immobile a lungo, ascoltando, convinto che qualcuno fosse ancora lì, nell’ombra, a guardarlo.
Tutto questo era stato solo un sogno.
Il sogno di quello che aveva compiuto, e che stava rivivendo.

(Continua)

Juliette – capitolo 30 testo di Nigthafter
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